"Oggetti vari" (1816 - 1859)
41 unità archivistiche di primo livello collegateTitolo
Consistenza archivistica: 41 fascicoli
Quaranta unità archivistiche (40 fascicoli) degli anni 1816−1859 sono raccolte sotto questo titolo. A caratterizzare le carte qui conservate è ovviamente l’ampia varietà degli oggetti trattati, molti dei quali già incontrati negli altri titoli che formano l’archivio. Avvenimenti talora marginali, ma per questo non privi di interesse per chi scorra i documenti, sono descritti in questi fascicoli annuali, che servivano evidentemente a dare una qualche collocazione a quello che non ne trovava negli altri titoli. Vi si possono scoprire, però, notizie delle uccisioni di orsi e lupi, testimonianza della persistenza di un problema frequente nelle comunità di montagna (1). Le richieste di premi in denaro inviate dagli uccisori alle autorità superiori erano accompagnate da processi verbali che descrivevano le azioni, purtroppo non più conservati nemmeno in minuta. In un caso veniamo a sapere che nell’ottobre del 1824 un orso venne ucciso da tre uomini presso lo stabile Le Fornaci, di ragione di Andrea Parisini e che ad uno di loro, certo Francesco Galli, fu infine accordato un premio di 40 fiorini (2).
Anche «l’amorosa reciproca corrispondenza» tra i giovani, in questi piccoli paesi complicata spesso dal fatto che i due fossero consanguinei, è argomento oggetto delle carte. Nel gennaio 1819 la Deputazione comunale scrive alla Cancelleria censuaria in Gargnano e questa alla Delegazione provinciale di Brescia cercando di ottenere la dispensa di matrimonio per Pietro Franchini del fu Giovanni e Lucia Cerutti di Andrea, entrambi di Tignale. Il permesso va dato in primo luogo − si legge − per il legittimo motivo che i due si amano, ma soprattutto per un’altra «più importante» ragione, «che è quella di allontanare ogni motivo di mormorazione per parte del popolo, il quale conoscendo gli amoreggiamenti di questi due giovani incomincia di già a sparlarne. In un piccolo paese com’è quello di Tignale la continuazione di questi amori produrrebbe certamente dello scandalo e le lingue de’ maldicenti non mancherebbero di renderlo ancora maggiore colle loro maliziose dicerie» (3).
Inaspettatamente ci imbattiamo anche in un documento che fornisce informazioni su uno dei periti che firmarono a Tignale la maggior parte dei progetti nel periodo che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta dell’Ottocento: Girolamo Parolini. In una lettera inviata al Commissario distrettuale la Deputazione comunale chiede che sia trasmesso a Tignale il certificato che attesta il compimento della pratica di Parolini. Egli infatti, già laureatosi perito agrimensore, aveva finito − nel dicembre del 1831 − il primo anno di pratica presso un perito «approvato», il signor Stefano Bodei di Volciano, tecnico che firma alcuni disegni anche qui a Tignale. Altri due anni di pratica avrebbero infine autorizzato il locale perito − come si legge − al «libero esercizio» (4).
Particolarmente interessanti, e peculiari di un archivio di montagna, sono i documenti relativi all’attività di ricerca di minerali, attività condotta spesso da individui provenienti da fuori e che è attestata da denunce di ritrovamento, richieste di erezione di miniere per l’estrazione inoltrate alle autorità superiori…
Il 6 giugno 1837 «onde non essere defraudati del merito della [scoperta]» quattro «forestieri» (Domenico Antonio Cagliera nativo di Gargnano e abitante a Desenzano, Felice Bartolo Ridoni nativo di Milano e abitante a Riva di Trento, Giovanni Bertola di Gargnano e Giovanni Miani nativo di Venezia e abitante a Riva di Trento), scoprono sul terreno comunale una vena di pirite di ferro «la quale potrebbe dar campo ad operazioni utili di scavi e formare con ciò una miniera» e si affrettano a darne notizia a Gargnano, promettendo di inviare il relativo tipo visuale e i campioni del minerale entro quindici giorni (5).
Persino un argomento come la riparazione del pubblico orologio della chiesa di Santa Maria Assunta di Gardola, che ci aspetteremmo di trovare altrove, si trova invece conservato qui, negli «Oggetti vari», a dimostrazione di come le cosiddette "Miscellanee" riservino spesso interessanti sorprese. Nell’ottobre 1845 il fabbro ferraio Lorenzo Dellavanzi, «l’unico in comune che abbia la sufficiente capacità», firma con l’amministrazione comunale un contratto per «vistare l’esistente orologio, acconciarlo e far battere le ore in modo regolare e lodevole». Egli dovrà, nel lasso di quindici giorni, eseguire l’operazione «con buona e fine ferramenta lavorata e messa in opera in modo lodevole e come si conviene a buono artefice», insomma a regola d’arte. Il processo verbale del collaudo delle opere di restauro, avvenuto nel gennaio del 1846 alla presenza del nostro Girolamo Parolini, è una bellissima e dettagliata descrizione delle aggiustature fatte alle varie parti che componevano l’orologio, la ventaruola di ferro, il pendolo, il rugolo, i cartellini delle ore, le ruote, il casotto in assi che lo conteneva…
Dalla relazione veniamo anche a sapere che in quell’occasione fu fatto costruire uno sportellino di legno per chiudere l’apertura esistente di fianco alla macchina dell’orologio, apertura «che mette alla soffitta della chiesa la quale, atteso anche il grande vacuo del soffitto medesimo, conduce continuamente aria e singolarmente l’inverno il freddo è tale e continuo che produce sconcerto nella macchina» (6).
In questo eterogeneo insieme di carte leggiamo anche di casi di ricoveri forzati di "pazzi", uomini e donne che l’abuso «non interrotto di vino e liquori» e la miseria spingevano a comportamenti follemente incontrollati, come nel caso della «miserabile miserabilissima» Teresa Zanini, filatrice cinquantaduenne, che minacciava di incendiare le case dei vicini e la propria «prorompendo in scandalose invettive e forte minacciando chi cerca[va] contradire» (7); o di Felice Ranzi, originario di Cles, in Val di Non, che «caduto in pazzia nel luglio 1848 nella frazione di Piovere, in cui si trovava momentaneamente a lavorare d’agricoltore », fu d’urgenza trasportato all’Ospedale di Brescia, costando al Comune di Tignale la somma di £ 26.30 (8).
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(1) Che emerge anche nello statuto del 1476 al capitolo LXXXVIII. Esso stabilisce che chi paga i tributi nel comune e catturi «aliquam bestiam lupinam magnam» sul territorio sarà ricompensato con 20 soldi per ogni lupo.
(2) Archivio storico del Comune di Tignale, sezione Periodo francese e Restaurazione, busta 62, 10.
(3) Ibidem, busta 62, 5.
(4) Ibidem, busta 62, 17.
(5) Ibidem, busta 63, 3.
(6) Ibidem, busta 60, 18.
(7) Ibidem.
(8) Ibidem, busta 63, 15.
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