Tremelloni, Roberto ( Milano (MI), 1900 ottobre 30 - Brunico/Bruneck (BZ), 1987 settembre 8 )
Tipologia: Persona
Profilo storico / Biografia
Roberto Tremelloni (Milano, 30 ottobre 1900 – Brunico, 8 settembre 1987) crebbe, come egli stesso raccontò, in una famiglia tipica della piccola borghesia del capoluogo lombardo, che si era sviluppata lentamente nel primo quindicennio del XX secolo; e che, terminata la prima guerra mondiale, lasciava il posto alla nuova borghesia costruita dai profitti di guerra e dall’inflazione, “il virus del disordine postbellico e del fascismo”. Tremelloni trascorse gli anni di infanzia e gioventù imparando i principi del risparmio e del sacrificio, imposti da uno stile di vita familiare molto parco e al contempo operoso. Gli anni del liceo, all’Istituto Carlo Cattaneo, influenzarono la sua formazione politica, che egli stesso definì intrisa di risorgimento e di educazione liberale repubblicana. Fu soprattutto grazie al professore di lettere, “ex garibaldino e repubblicano ardente”, che Tremelloni scelse di iscriversi al gruppo giovanile del Partito repubblicano nel 1916. Sempre durante quegli anni prese forma la sua grande vocazione giornalistica: fondò, infatti, insieme ad alcuni suoi coetanei, un giornale studentesco, “L’Avvenire”, di cui divenne il direttore e il redattore. Il giornale uscì per circa un paio di anni con grande seguito di pubblico giovanile, forse anche per la spiccata fede interventista sostenuta apertamente in alcuni editoriali. A riprova della fortuna di questa sua prima impresa giornalistica, e soprattutto dell’accesa passione interventista, l’allora presidente del Consiglio onorevole Boselli inviò, in segno di lode, un vaglia di cento lire di offerta. Alla fine del primo conflitto mondiale, a cui egli partecipò come ufficiale degli Alpini, Tremelloni, ripresi i panni del giornalista, si inserì nel cosiddetto giornalismo “di reportage”. Iniziò a scrivere per il periodico “La Sera”, e divenne redattore capocronista del quotidiano “La Giustizia” di Claudio Treves, collaborò saltuariamente anche con “Critica Sociale”, curò la compilazione di “Battaglie Sindacali” per la Confederazione Generale del Lavoro e scrisse occasionalmente per altri giornali dell’epoca. Nel 1926, partecipò alla costituzione di “Quarto Stato”, rivista voluta da Carlo Rosselli, che divenne un sodalizio di spirito e di intenti fra un gruppo di giovani con diverse opinioni politiche, ma con lo stesso desiderio di ritornare alla vita democratica. Questa esperienza ebbe vita breve. La pubblicazione di “Quarto Stato” venne infatti proibita dalla censura posta in atto dal governo fascista subendo così l’analogo destino di tutti i giornali che non sostenevano le idee del regime. La libertà era negata a tutti i livelli della vita sociale e politica e l’opposizione era ridotta al silenzio: anche al Partito socialista unitario, che vedeva tra i suoi iscritti Tremelloni, fu imposta la chiusura. Inoltre la polizia sorvegliava continuamente gli “schedati”, tutti coloro che erano dichiaratamente contro il regime o sospettati di esserlo: fra questi figuravano anche i giornalisti “di opposizione”, i quali subirono tutti l’espulsione dalla Associazione lombarda dei giornalisti. Intanto Tremelloni, laureatosi in Scienze economiche all’Università di Torino nel 1926, ebbe l’opportunità di iniziare la carriera accademica, nonostante la via dell’insegnamento fosse negata a coloro che non si iscrivevano al partito fascista, grazie all’interessamento del professor Chiostergi, che gli suggerì di frequentare l’Università di Ginevra di cui divenne libero docente. Non abbiamo trovato notizie riguardanti la durata di questo incarico, ma sappiamo che, nel frattempo, nel 1928 Tremelloni si sposò con Emma Nascimbene, conosciuta al giornale “La Sera” nel ’20, matrimonio da cui nacque la loro unica figlia Laura. I soggiorni nella cittadina svizzera, dovuti non solo all’insegnamento ma anche alla partecipazione, come collaboratore dell’onorevole Angiolo Cabrini, ai convegni annuali del BIT (Bureau International du Travail), gli diedero l’opportunità di apprezzare le qualità del “piccolo popolo di indipendenti cittadini nel cuore dell’Europa, che era riuscito a sfuggire dal circolo vizioso dai conflitti armati degli Stati che lo circondavano, a creare un buon cumulo di ricchezze, a migliorare costantemente il carattere dei propri abitanti, a essere esempio dei paesi privi di materie prime ma non privi di onesta laboriosità e di capacità produttiva di alta qualità”. Da qui la riflessione che l’Italia avrebbe potuto fare degli enormi progressi (dopo la liberazione), se la popolazione avesse capito “il segreto di tanto benessere e tanta libertà”. Per quanto riguarda l’insegnamento, fu solo nel dopoguerra che egli ebbe modo di diventare lettore alla Bocconi e poi; negli anni Cinquanta, nonostante gli ormai numerosi impegni politici e pubblici, docente al Politecnico del corso di “Storia economica ed organizzazione aziendale”. Nel 1933, incoraggiato da Alberto Ferrante, allora direttore della Borsa di Milano, e Mario Segre, all’epoca commissionario di Borsa, Tremelloni iniziò la pubblicazione della rivista “Borsa” attraverso la sua casa editrice “Aracne”, specializzata in pubblicazioni tecniche. La nuova rivista sorgeva sull’impronta dell’inglese “The Economist” e dei giornali come il “Financial News” e il “Wall Street Journal”. All’impresa parteciparono Elio Gabellini, Libero Lenti, Cesare Vanutelli e altri. Il primo numero della rivista uscì nel febbraio del 1933, con un articolo firmato da Luigi Einaudi. Per tutto l’anno in cui fu pubblicata, la rivista ospitò gli articoli di molti illustri economisti dell’epoca, non solo italiani ma anche inglesi. La rivista “Borsa”, per stessa ammissione di Tremelloni, era orientata al liberalismo e tenne un atteggiamento critico nei confronti del New Deal americano col chiaro intento di criticare il corporativismo fascista. La rivista venne soppressa con decreto del Prefetto nel 1934. In quegli anni l’attività editoriale di Tremelloni era tanto fervida che decise di ampliarla, con la collaborazione del fratello e di un amico, fondando una tipografia a Milano. Sorsero così numerose nuove riviste dedicate al settore tessile, che diedero a Tremelloni specifiche conoscenze tecniche e che gli permisero di scrivere la celebre monografia sull’industria tessile italiana, pubblicata da Einaudi nel 1937 con una sua prefazione e in seguito premiata dall’Accademia d’Italia. Purtroppo, in quegli anni in cui era negata qualsiasi libertà, per un uomo che sceglieva di non essere fascista era come vivere da “esule in patria”; molti dei suoi amici e compagni più cari, quali Faravelli, Lelio e Antonio Basso, Emilio Mazzali, Carlo Antonini, Mario Segre e Pietro Rota, furono perseguitati e alcuni di essi, come è noto, dovettero espatriare per ragioni politiche o razziali. Nel 1941 anche Tremelloni non riuscì a scampare all’arresto da parte della polizia segreta e alla prigionia nel campo di concentramento di Vasto. Laggiù scontò “l’unica scelta indovinata della (sua) vita” – come egli scrisse nelle sue tardive memorie, ormai ottuagenario – la scelta cioè “… nel 1922, di optare per una lotta senza remissione contro il fascismo. Fu una lotta ostinata, durò 23 anni con una costosa coerenza, ma determinò tutta la seconda metà della mia vita”. Quando finalmente cadde il regime fascista, Tremelloni rispolverò un progetto, a lui caro, di costituire un quotidiano economico finanziario che esprimesse le notizie senza colore politico. Il nuovo giornale si sarebbe chiamato “24 Ore”: Tremelloni riuscì a seguire il suo progetto dalla fine del 1943 per i diciannove mesi successivi fino all’aprile 1945, poi egli venne designato per un incarico di Commissario nel Clnai (Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia) che non gli permise di seguire oltre le sorti del “24 Ore”. Qualche anno dopo Ferruccio Parri, terminato il suo compito di presidente del Consiglio nel 1945, fondò l’Istituto per gli Studi di economia (Ise) e propose a Tremelloni di collaborare alla nascente rivista chiamata “Mondo Economico” Egli accettò di buon grado la proposta e, nel corso degli anni, firmò molti articoli per questa rivista, il cui organo direttivo ospitava economisti come Ferdinando Di Fenizio, Libero Lenti, Bruno Pagani e Silvio Pozzani. Ma il corso della vita di Tremelloni sarebbe cambiato a causa della chiamata del Cnl (Comitato nazionale di liberazione) a ricoprire un incarico pubblico e, per i successivi trent’anni, egli non lasciò più la vita politica pubblica che visse come una vera propria missione per il suo Paese. Suo primo incarico fu quello di commissario del Ministero della produzione industriale a cui seguì la vicepresidenza al Ciai (Consiglio Industriale per l’Alta Italia). Tremelloni era chiamato a riorganizzare il tessuto produttivo ed industriale dell’Italia: il Paese era prevalentemente agricolo e artigiano, ora si trattava di creare le premesse per uno sviluppo industriale, che permettesse all’Italia di risollevarsi da decenni di abbandono e disastri provocati dalla dittatura e dalla guerra. L’analisi di Tremelloni descriveva l’Italia dal punto di vista economico in questi termini: “Tutto l’ambiente produttivo risentiva dello sviluppo economico lento e discontinuo degli ultimi tre decenni. Tutta una serie di insufficienze e di sprechi nella povertà, di occasioni perdute […]. I raffronti con gli altri grandi Paesi occidentali ci attribuivano una singolare abitudine alla frugalità dei consumi, ciò che non consentiva un livello della domanda intorno ai prodotti, capace di sviluppare un’industria moderna (e imprese di grande dimensione con i vantaggi “di scala”). Possedevamo tutti gli svantaggi cumulati e i circoli viziosi dello sviluppo lento. Una domanda globale troppo a modesto livello per il consumo interno e con enormi difficoltà per acquisire una adeguata domanda estera”. Dalla Conferenza internazionale di Parigi del 1946, gli Stati che avevano aderito all’appello americano erano chiamati a predisporre dei piani economici a lunga scadenza. A Tremelloni toccò presiedere la redazione del Primo piano quadriennale italiano (1949-1952): un compito non facile in una situazione economica allo sfascio, reso ancor più difficile, nell’immediato dopoguerra, dalla miseria che induceva a pensare alla risoluzione dei problemi più immediati e a trascurare il futuro attraverso una programmazione lungimirante. Membro della Costituente, nel dicembre 1947 Tremelloni entrò nel Gabinetto De Gasperi come Ministro dell’Industria per il Psli (partito socialista dei lavoratori italiani), dopo essere stato Sottosegretario all’industria nel 1946 con il Ministro Rodolfo Morandi. Per pochi mesi fu pure presidente del Fim (Fondo industrie meccaniche), costituito nel settembre 1947 nel più ampio quadro di sovvenzioni all’industria sostenute dall’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale). I problemi economici erano quelli dominanti nella scena politica italiana e Rodolfo Morandi intuì la necessità di un Comitato di ministri economici che si occupasse dei fatti economici. Iniziò, così, intorno al 1947, a funzionare il Cir (Comitato interministeriale per la ricostruzione) con presidente Tremelloni in qualità di Ministro dell’Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica). Il Comitato aveva il preciso compito di occuparsi delle iniziative e degli interventi economici e di decidere collegialmente le scelte e le decisioni relative; aveva poi anche la responsabilità della destinazione del fondo-lire – cioè la contropartita del valore delle merci inviate in Italia dagli Stati Uniti a titolo gratuito. In ambito parlamentare, nel 1951, Tremelloni si fece portavoce delle popolazioni alluvionate del Polesine, proponendo un piano che prevedeva sia aiuti per coloro che avevano subito i danni dell’alluvione, sia interventi per prevenire nuovi disastri. Egli fu anche il primo a condurre un’inchiesta parlamentare (come previsto dalla Costituzione), promuovendo quella sulla disoccupazione e, dieci anni più tardi, sui limiti posti alla concorrenza. La prima cercò di far chiarezza sulla situazione del lavoro in Italia, mentre la seconda ebbe il merito di trattare il problema del monopolio come limitazione della concorrenza. Con il governo Scelba (1954-55) Tremelloni divenne Ministro delle Finanze e preparò un progetto di riforma fiscale, noto come “Legge Tremelloni”, che si proponeva una dura lotta all’evasione fiscale e una ridistribuzione più equa del reddito. La faticosa preparazione della Legge, il suo difficile passaggio in Parlamento a causa di una dura opposizione (talvolta anche da parte di alcuni membri del Governo), porteranno Tremelloni, anche a causa di motivi di salute, a dimettersi dall’incarico. Solo nel 1963, con Moro (I e II governo), sarebbe ritornato a questo incarico, dopo essere stato Ministro del Tesoro con Fanfani alla Presidenza del Consiglio. L’ultima carica di ministro la assunse con il III governo Moro, nel 1966, come Ministro della Difesa. Questo nuovo compito era piuttosto lontano dalla mentalità e dal carattere di Tremelloni, ma del resto veniva chiamato ad un ministero che i socialisti non avevano mai occupato prima di allora. In quel periodo egli tentò di introdurre nuovi criteri di organizzazione amministrativa (fondò con questo proposito una rivista di studi amministrativi della Difesa); fece delle indagini per affrontare il problema del Sifar, tramutato in Sid (Servizio di informazione della Difesa), ma non ottenne i risultati sperati: dopo la crisi di governo del 1964 scoppiò lo scandalo Sifar che è tutt’oggi ricordato per il cosiddetto “Piano SOLO”, il progetto che prevedeva l’arresto e la deportazione in una base segreta in Sardegna di una serie di esponenti della sinistra e dei sindacati. Fra le nuove direttive, impose le aste pubbliche e anche le aste alla concorrenza internazionale, dove era possibile per la natura delle armi acquistate. Fu pure promotore della legge che istituiva l’Ordine dei Cavalieri di Vittorio Veneto, onorificenza pensata per i combattenti sopravvissuti della Prima guerra mondiale. Dal 1952 fino al 1962, Tremelloni fu anche Presidente dell’Aem (Azienda Elettrica di Milano). Il suo spirito di grande organizzatore e la sua profonda conoscenza economica furono di notevole aiuto per riorganizzare la struttura dell’azienda e portarla nel giro di un decennio a raddoppiare la capacità produttiva. In Aem mise anche in pratica un principio a cui credeva da sempre, ovvero la trasparenza dei bilanci dell’impresa e la necessità di chiudere i conti in avanzo per non gravare sugli azionisti e, a maggior ragione, nel caso di un’impresa pubblica, sui contribuenti. Fra le altre attività di rilievo pubblico spiccano la costituzione dell’Istituto delle Pubbliche Relazioni nel 1952 e la già citata presidenza del Ciriec italiano, esperienze, queste, che misero in luce, da un lato, il grande interesse di Tremelloni verso gli studi in campo economico, in relazione alle possibili forme di partecipazione statale nell’economia; dall’altro, la ferma convinzione della necessità di interrelazione fra le aziende e i consumatori. Eletto per l’ultima volta deputato nelle liste del Psu nel 1968, Tremelloni presiedette la Commissione Bilancio fino al 1972, anno del suo ritiro dalla scena politica e dal partito. Dopo aver partecipato nel 1966 al tentativo di riunificazione socialista, la scissione socialista del 1969 lo vide rientrare nei ranghi del risorto partito socialdemocratico, dove però non ritrovò più lo spirito e l’affiatamento coi suoi compagni. In effetti, uscito Saragat dalla direzione del partito, Tremelloni confesserà il suo malessere, ammettendo di non riscontrare più “una generazione eroica e pronta ai sacrifici, come era stata la sua che aveva sopportato il fascismo e la guerra”.
Complessi archivistici
- Aem (società) - Tremelloni Roberto (post 1928 - ante 1970)
- Archivio Tremelloni Roberto (1906 - 1987)
Link risorsa: http://lombardiarchivi.servizirl.it/creators/7043